S. Agostino ha costituito un’innovazione profonda nel pensiero filosofico di ogni tempo, e è tuttora così, dato che il nucleo vitale della sua speculazione continua a rivivere con drammatica attualità nel contesto odierno, e non smette di costituire un valido confronto polemico al quale rapportarsi.
Iniziando con una citazione..
“Un "Avere" deve possedere un fiore, lo coglie, lo fa suo. Un "Essere" ne contempla la bellezza, godendo di questo, percependolo per immaginare altri orizzonti.”
Erich Fromm, che mi accingo a reinterpretare barbaramente e senza rimorso alcuno per i miei scopi, con buono (e giustificato) sdegno dei suoi seguaci… perdono in anticipo =D
Doverose osservazioni sul passo sopra citato..
Nell’Avere, Fromm identifica la mentalità, perlopiù occidentale, del possesso, per cui l’esigenza è connaturata all’essere.
Ora, che accade se l’essere, che non gode più per sua virtù propria, vede la meta della propria felicità in altro-da-sé? Se nel rapportarsi con un obiettivo esterno si assorbe in esso, perdendosi di vista, formalizzandosi? Ragionando a conti fatti, dubito lo appagherebbe, dirottandolo piuttosto verso altri desideri, altre tensioni, e dunque nuove aspettative disattese (“La vita è un’altalena tra dolore e noia”, ndr), e tutto ciò nel momento in cui si dimentichi di sé, votando la sua totalità al determinato obiettivo, trascendendo quei suoi caratteri specifici, seppur costitutivi e imprescindibili, che ne potessero impedire virtualmente il raggiungimento.. Non più, dunque, oggetto-per-me, quanto me-per-oggetto, rapporto inautentico con le cose e via discorrendo.
(Beninteso, Fromm prospetta anche una distonia dell’essere, ma come già annunciato, c’è una buona dose di arbitrio nella mia interpretazione.)
Questa dovette essere, per sommi capi e in modo approssimativo, la prassi comune a tutto l’intellettualismo greco (che vede il suo culmine in Plotino e i neoplatonici), prima, e alla speculazione di Cartesio, poi (con i relativi risvolti,sebbene non sia possibile, ovvio, individuare un unico orientamento di pensiero che renda giustizia alla filosofia moderna tutta), o amorevolmente ribattezzato, il “vizio” occidentale.
Una speculazione che tenta di volgere lo sguardo verso l’Assoluto, l’Eterno o un iperuranio privo di luci e colori dovrà fare i conti con la propria finitezza, con la contaminazione della propria contingenza, di tutto ciò che è finito, accidente, non rispondente a quell’ordine di realtà imperturbabile cui si vuole assurgere.
E’ inevitabile dunque spogliarsi di ogni specificità, è innegabile l’esigenza di trascendere ciò che si mostra indegno poiché accidentale, restìo a confluire dentro lo schema interpretativo del reale che si è adottati.
E se l’oggettività va salvaguardata, chi ci rimette è la soggettività.
Da qui la necessità della lacerazione: affinché il finito,l’interiorità del singolo, possa assurgere all’eterno, l’ordine di realtà parallelo sovrapersonale e incomunicabile, privo di accidenti e specificità, esso deve avere già in sé i germi della possibilità di tale comunicazione, seppur distolta dal contingente, e quindi accogliere in sé le due realtà, sbarazzandosi di una delle due.
Scissione che, ad esempio nell’esito manicheo, finisce persino per proiettarsi al di là del mero contesto antropologico, tradursi in un orizzonte metafisico, configurandosi quale dicotomia tra principi ontologici opposti, l’eterna lotta Bene – Male: ed è proprio contro tale esito che Agostino impone la portata della sua speculazione nell’intento di riassorbire il dissidio interno ed esterno all’uomo stesso.
L’impostazione stessa della speculazione sopra esposta fatica a interpretare alla luce del proprio schema interpretativo ciò che di più contingente è riscontrabile nel reale, nella sua apprensione, nel suo riscontro immediato: il fatto. E d’altronde la fenomenologia del divenire ci offre scenari così disparati, sconnessi, arbitrari, che risulta arduo rendere giustizia della complessità del reale forzandolo all’interno di categorie che pretendono assumere un’applicazione universale.
Nella inesausta smania di trascendere ogni accidentalità che non ci renda giustizia è riscontrabile il rifiuto del ‘lieve giogo’ a favore di un conformismo ontologico che ci ponga tutti al medesimo piano, tutti egualmente degni di un lasciapassare verso l’Essere.
A ben vedere, il problema in sé è semplice: abbiamo due ordini di realtà incomunicabili (Eterno / Tempo), e obiettivo della speculazione è prospettare una possibile mediazione. Le alternative si riducono a due:
- il finito getta un’occhiata all’eterno (come sopra)
- l’eterno si finitizza, scende nel contingente
Quest’ ultima, soluzione propugnata da Agostino.
Distogliere la mente dal sensibile? Affatto. Accoglierlo, semmai.
Rifiutare la propria finitezza nel disprezzo della carne e nell’ansia della tensioneversoilverobeneveraluceviadaquestazozzuradiingannevolecontingenza? Al contrario.
Farsi carico della drammatica realtà della propria condizione umana. Ammetterlo di fronte a sé stessi, accettare senza riserve il “lieve giogo”.
L’arbitrio imperscrutabile della volontà divina, il disegno, l’opportunità della Redenzione offerta dal Figlio, e, so important, accessibile a ciascuno.
Non più, dunque, emanazioni impersonali dell’Uno, nè gerarchie di ipostasi da risalire in un progressivo spaccarsi le palle per riattingere nuovamente alla luce dell’ Intelletto.
Al contrario, un fatto: Cristo è venuto.
Il binomio conoscenza – redenzione è brutalmente infranto, e con esso ogni chimera intellettualistica: in ambito filosofico ciò equivale a lasciare l’iniziativa a Dio, e solo in un secondo istante intervenire razionalmente (Personalmente, a me ricorda il secondo Heidegger quando parlava di lasciar l’Essere disvelarsi..).
In ambito etico, nondimeno, accettare la propria compiutezza, e tenere a mente che il Logos non agisce all’esterno, bensì nell’interiorità di ciascun individuo, ergo, in maniera totalmente differente da singolo a singolo, e, imho, in questo sta la portata più consistente del suo pensiero.
To be continued… (2° parte)